2012. Verbal. Verbal.

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La musica dei Verbal frammenta e ricompone linguaggi. Li usa tutti, ma non ne parla nessuno. La musica dei Verbal è
matematica che respira e sanguina. Tenta di ricomporre il mondo fin dove è possibile. Ne immagina un’utopia dove tutto conviva in un’alternanza di implosioni ed esplosioni. Non ha una faccia ma varie, non ha una lingua ma molte, non ha un genere ma tanti. Poliforme e poliglotta, inquieta e trans-genere. Anzi, trans-rock.

Contamina math-rock e funk, post-rock cinematico e rumorismi. Vive di poliritmie e sovrapposizioni. E’ un quadro di Escher, un intestino di gomma e metallo, il parcheggio di un centro commerciale. E’ il battito del tuo cuore in scompenso. Dentro la metropoli in cui ti sei perduto.

Due chitarre, un basso, batteria e tastiere che formano un mosaico di influenze e rimandi vissuti con piglio vitaminico e squarci di evocazione palpitante. Un suono che va oltre la musica ed usa le lingue come cose, privando le parole del loro significato. Per raccontare l’ipertesa afasia moderna con l’urlo ritmico-elettrico di un animale sonoro di 350 kg (strumentazione esclusa).

Il disco d’esordio, registrato interamente in presa diretta, è un percorso di sei tracce, ciascuna titolata con un nome, che è il rimando diretto ad un mondo o a una fantasia, in cui si confondo immagini e tensioni. Double D Marvin, fantomatico signore del noise che ride tra campionamenti tratti da “Free Jazz” di Ornette Coleman ed echi delle Andrews Sisters. Kaspar Hauser il ritrovato, che dopo dodici anni rinchiuso in una cella sa dire solo il suo nome e poche altre inquietanti parole. Coronado, il conquistador famoso per la sua sete di potere e per le sue fallimentari ricerche di una improbabile terra dell’oro. Orwell e l’apoteosi sonora di una previsione del mondo che ormai è Storia. Benny Hill (hates sports), ovvero lo squarcio maligno e grottesco dietro la risata del comico. E infine Kobayashi, diffusissimo cognome giapponese che diventa l’iperidentità omnicomprensiva e dunque annullante. Proprio come le canzoni dei Verbal, così seriali ma così straordinariamente catartiche.

Tracce

DOUBLE D MARVIN
D. D. Marvin è un fantomatico Signore del Caos che porta lo scompiglio nelle canzoni con il suo potere di generare il “Noize”. Si può sentirlo ridere tra campionamenti tratti da “Free Jazz” di Ornette Coleman ed echi delle Andrews Sisters. Qui il suo Noize porta scompiglio nel brano più matematico del disco. La canzone è quella con il maggiore equilibrio tra voci campionate e voci reali.

KASPAR HAUSER
Il 26 maggio 1828 ompare all’improvviso in una piazza di Norimberga un ragazzo che ha forse sedici anni e sa dire solo un nome, forse il suo, Kaspar Hauser e poche altre parole. Aveva passato gli ultimi dodici anni in una cella buia, incatenato al pavimento. Il solo contatto era costituito da un uomo che gli portava pane e acqua, lo puliva, gli tagliava unghie e capelli, ma lo picchiava appena faceva qualche rumore che potesse rivelarne la presenza. Il testo della canzone recita soltanto: “meine kleine Scheißer”.

CORONADO
Francisco Vázquez de Coronado è stato un esploratore e conquistatore spagnolo che fra il 1540 ed il 1542 visitò il Nuovo Messico ed altri territori del sud-ovest di quelli che oggi sono gli Stati Uniti. Divenne famoso per la sua sete di conquista e per le sue fallimentari ricerche di una improbabile terra dell’oro chiamata Quivira. Da lui prendono il nome città, fiumi, montagne e anche il brano più post-rock del disco.

ORWELL 
Brano altamente percussivo e tribale ispirato a “La fattoria degli animali”. Alla voce campionata dello scrittore si alternano e si fondono urla enfaticamente bestiali. Interessante il percorso narrativo dell’intervista a George Orwell campionata nella canzone: prima una asciutta esposizione di ciò che piace e ciò che non piace allo scrittore; poi una disamina su quanto scrivere sia una “lotta logorante” e quanto gli scrittori siano persone pigre e veniali ed in fine un racconto molto personale sulla sua infantile paura di una statua di Dafne causa delle continue pipì a letto.

BENNY HILL (HATES SPORTS)
Il lato oscuro di una maschera comica. La voce di Benny Hill che incornicia l’inizio e la fine del brano è tratta da suoi famosi sketch televisivi, ma fuori dal contesto originario assume una tonalità grottesca e maligna. Il titolo della canzone è il titolo di una famosa scenetta del comico inglese, ma nella canzone sembra posta l’enfasi sulla parola Odio. Anche i pagliacci sanno uccidere.

KOBAYASHI
E’ un cognome molto comune in Giappone, ad esso sono riconducibili poeti, fotografi, pittori, piloti, mangiatori di hot dog campioni del mondo e personaggi cinematografici. E’ il tutto e il suo contrario. E’ tutti e nessuno. Da questo spunto nasce un brano che sa far convivere percussioni ed elettronica, suoni naturalistici e campionamenti dell’allunaggio, melodia ed energia.